L’ importanza di chiamarsi coach

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L’importanza di chiamarsi Coach.

La mia difficile relazione con l’insegnamento ha preso il via quando era davvero molto giovane, all’età di 18 anni. Insegnavo Kick boxing e Pugilato.
Sembra assurdo ma lo facevo già con discreto successo.
Era molto gratificante stare all’angolo e sapere che i pugili ascoltavano solo la mia voce e i miei consigli durante il minuto di pausa.
Ero ed eravamo inseriti in un contesto marziale, dove la ”cintura nera” o il maestro, avevano sempre ragione.
Se arrivavi in ritardo facevi i piegamenti a terra, se non facevi il saluto al dojo facevi i piegamenti, se alzavi la voce facevi i piegamenti, se sbagliavi il nodo alla cintura facevi i piegamenti, e poi nella peggiore delle ipotesi prendevi anche le botte.
È stata questa la realtà che mi ha messo in una situazione di ”piacevole ovattamento” che rendeva il mio insegnamento relativamente facile.
Io ero la cintura nera.
Chi stava di fronte a me aveva ormai già accettato tutte le regole scritte, e non.
In 10 anni non ho mai sentito dire da nessuno degli allievi (me compreso) ”io sono qui per divertirmi, non accetto queste regole. Sono qui dopo essere stato 9 ore in ufficio, voglio solo smettere di pensare”.
No, non è mai successo, tutti eravamo li, in riga, in silenzio ad aspettare che ci venisse detto cosa fare.
In quel momento, eravamo tutti uguali: donne, bambini, adulti, professionisti, delinquenti, neri e bianchi.
Così, con questa educazione e questo background, mi sono trasformato in un personal trainer.
Vi lascio immaginare quanti errori abbia commesso, quante volte mi sia dovuto ricordare che adesso non avevo nessuna cintura ma solo un paio di stupidi pantaloncini e una maglietta con su scritto PERSONAL TRAINER. Ero nudo, vestito di troppa carne.
Non contavo più nulla. Contava solo la mia ”ora” pagata sufficientemente da tenermi attaccato al mio cliente che voleva il culo più sodo e la pancia più piatta.
3 anni di controllo coatto delle mie pulsioni. ”Quando non tiene su il sinistro, rompigli il naso”.
Erano finiti quei tempi, in cui le idee erano chiare e si comunicavano senza troppo approfondimento. Una trasmissione dei concetti efficace ma vagamente dolorosa.
Poi sono diventato bravo, o per lo meno più bravo.
Sembrava quasi mi piacesse stare a sentire i motivi per cui il marito della signora X aveva un amante e perchè il signor Y aveva, da qualche settimana, una macchina nuova.
C’è veramente una sottile differenza tra un personal trainer preparato e uno che non lo è.
Solitamente è inversamente proporzionale alle mole di lavoro svolto dal cliente. Minore è la fatica svolta da quest’ultimo più alta sarà la tariffa oraria.
In un momento in cui la sopportazione dei casi umani era giunta veramente al limite, il CrossFit è arrivato come un fulmine a ciel sereno e grazie a questa disciplina, io e pochi altri, abbiamo iniziato a capire dove si tracciava la linea di demarcazione tra un vero professionista e uno molto bravo ad ascoltare e sorridere.
Ricordate da dove venivo?
Da un posto dove le faccende e i dubbi si risolvevano tra 16 corde.
Con il CrossFit ho capito finalmente che non era indispensabile sapere l’atlante di anatomia umana a memoria. Keep it simple.
Neanche il libro di biologia della 3a superiore. Keep it simple.
Ma soprattutto che imparando la magica arte dell’insegnamento con lo scopo di rendere le cose difficili, estremamente facili (keep it simple) non c’era neanche la necessità di dover ascoltare le spiacevoli storie dei miei clienti troppo intenti a raccontare piuttosto che faticare.
Se io fossi stato in grado di switchare la mia professione da un momento all’altro, vivremmo in mondo perfetto.
Proprio per questo chiedo venia a tutte le persone che sono state al mio fianco, con il senno di poi potrei definirle cavie piuttosto che clienti.
Il grazie più grande va alle stesse persone che mi hanno sopportato dandomi la capacità e la possibilità di diventare quello che oggi sono: un appassionato, un innamorato del proprio mestiere e del proprio sport.
Ho la grande fortuna che le due cose coincidano.
Ma vi prego, non me ne fate una colpa.
Non puntate il dito contro. Tutto quello che faccio me lo sono scelto e cercato. Per arrivarci ho faticato, speso soldi e tempo, ho preso gli ”schiaffi” dalla vita, inciampando e rialzandomi quando era necessario.

Per questo vi chiedo di non essere superficiali a tal punto da pensare che la nostra non possa essere una professione al pari della vostra solo perchè il NOSTRO luogo di lavoro è il VOSTRO ”parco giochi”.
Lavoriamo le ore che lavorate voi, forse anche qualcuna in più, ci alleniamo molto di più di quello che fate voi e anche a noi dopo 9 ore di lavoro piacerebbe staccare la testa e non pensare, ma se così facessimo, qualcuno di voi potrebbe farsi male o andare in giro a spargere la voce che il CrossFit ”fa male” e che non è uno sport per tutti.
Credetemi, non è quello che vogliamo.
Vogliamo il vostro divertimento, la vostra spensieratezza, la vostra concentrazione, il vostro sacrificio e il vostro impegno.
In cambio vi daremo la chiave di lettura per questo sport e un giorno.. ci ringrazierete.

Il nostro Box non è un dojo né una caserma. Né tantomeno uno studio PT.
Il nostro posto di lavoro è un Box.
Nel nostro Box si pratica CF, non pseudo allenamenti funzionali.
Noi, che vi piaccia o no, siamo i tuoi Coaches e possiamo regalarti un sorriso come 20 burpees.
Siamo i responsabili della tua sicurezza e di quella dei tuoi compagni di allenamento, scusaci, ma non possiamo transigere.
Affinchè tutto sia SAFE, dovremo insistere sulla tecnica (senza che tu lo prenda come un accanimento), non dovrà essere perfetta ma dovrà avvicinarsi ad esserlo.
Nel caso non lo fosse, non ti offendere ma dovrai scalare il peso o l’esercizio. Ti garantiamo che sarà ugualmente allenante e la tua virilità non ne risentirà.
Siamo una Community, siamo tutti disposti ad aiutarti e darti sostegno durante il wod e nella vita.
Questo è il lavoro più bello del mondo.
Questo è lo sport più bello del mondo.
Il CrossFit non fa male, i pessimi Coaches fanno male.

Stefano Italiano